Il 2020, almeno per me, è stato un anno di grandi riflessioni: una su tutte il lavoro e come mi fa, e mi ha fatto, sentire. Ma come capire se è una crisi passeggera o l’anticamera del divorzio?

La relazione col proprio lavoro, come tutto il resto, non è infinita. Il denaro è fondamentale e, sempre più spesso, non abbiamo una scelta. Ma, se ce l’avessimo, come ci dovremo comportare?

Ecco alcuni dei segnali che l’universo ti manda per farti capire che è ora di cambiare.

  1. La passione è sparita. Qualsiasi cosa ti propongano è sempre la solita vecchia solfa e sono riusciti a trasformare un lavoro anche appagante se fatto come si deve in una noia: le giornate sono uguali, le richieste sono uguali, ogni giorno fai le stesse azioni da quando ti alzi a quando vai a dormire.
  2. Sogni di essere altrove. Sogni sempre più spesso di lavorare in un’altra azienda, con altre persone, in un altro Paese, e la cosa peggiore è che nel sogno il tuo titolo e le tue mansioni non differiscono così tanto.
  3. Ti senti un numero. Il tuo compito è occupare una scrivania senza lamentarti: nessuno ascolta le tue idee o la tua rassegnazione.
  4. C’è una qualche forma di abuso. A volte gli abusi sul lavoro sono subdoli: vanno da dress-code, al sessismo, alla discriminazione di età, al mobbing. Questo dovrebbe risuonare come un gigantesco campanello di allarme.
  5. C’è una ripercussione fisica. Arrivare a casa e bere, imbottirsi di sostanze chimiche per stare svegli, essere sull’orlo di un esaurimento nervosa, sono tutti chiari segni che è ora di volare via.
  6. Non c’è crescita. Non solo carriera, ma crescita personale: corsi, team building, nuove responsabilità. Hai la sensazione che morirai nel tuo cubicolo.

Queste, my friend, sono i motivi per cui non devi continuare a farti altre domande e scappare a gambe levate sia che significhi licenziarti in tronco sia cominciare a cercare seriamente un nuovo lavoro.

Ora la domanda per te: è giusto scappare o bisogna lottare? Condividilo con noi qui sotto nei commenti o continua la discussione su Facebook e su Twitter.

Foto di Tumisu da Pixabay


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