La condizione in cui ci troviamo è il risultato di una serie di eventi, più o meno catastrofici: questa serie di eventi costruiscono la nostra storia, quella cosa che ci rende unici e che ci rende idonei a lavorare.

L’altro giorno una mia amica mi diceva “non ho niente da raccontarti perché faccio sempre la stessa vita”, così le ho risposto “prova a guardare la tua vita con occhi diversi, vedrai che qualcosa da raccontare c’è”. Premettendo che non suonava così scortese, quello che voglio dire è che per quanto banale sia, la nostra storia è ciò che ci ha reso quello che siamo e quello che di noi dobbiamo vendere.

Soprattutto dopo una certa età, quello che conta è un packaging d’effetto perché invoglia le persone a dire “interessante, secondo me qui dentro ci sarà un grande contenuto”. Senza questo, l’interlocutore passerà al prossimo candidato.

Il pacchetto, la carta e il fiocco formano la storia che devi raccontare per attirare l’attenzione: dopotutto le storie sono il modo in cui diamo senso al mondo e alle persone che incontriamo.

Cominciamo dalle basi, perché ti serve una storia? La verità è che la tua vita fino a qui è stata interessante ma non proprio uguale alle altre e se, in un qualche modo, pensi sia arrivato il momento di conformarti (ovvero trovarti una occupazione), allora devi creare un perché, un filo rosso che leghi tutta la tua vita e che spieghi perché ti trovi qui ora a chiedere quello che vuoi chiedere (un aumento, un lavoro, 1000000 di euro al tuo santo di riferimento).

Questa storia deve avere un senso per il resto del mondo che la deve capire e, nel migliore dei casi, empatizzare. Non sottovalutare il fatto che l’essere umano sia un animale sociale con un’innata voglia di aiutare: più la tua storia coinvolgerà emotivamente un’altra persona, più questa vorrà aiutarti. Le persone cui racconterai la tua storia devono potersi immedesimare, immergersi nella tua storia insieme a te, come Bastian che legge la Storia Infinita. Dovrai ripetere la tua storia più e più volte e ti ritroverai a spiegare nei minimi dettagli avvenimenti di cui non hai neppure memoria.

Non deve essere una favola, un insieme di fatti veri e romanzati, deve essere qualcosa di molto lineare e semplice da ricordare a cui ti possa credere.

Se non credi nella tua storia, non pensare che altri possano farlo Condividi il Tweet

L’importante è che ci siano dei fatti, sostenuti da date e dati (ho aiutato 100 clienti, ho raccolto 100000 euro per una campagna, etc…) e delle emozioni: bisogna sentire l’inevitabilità delle tue scelte e la passione con cui ti sei lanciato in un’altra avventura. Puoi aggiungere anche un qualche mistero o un intrigo, qualcosa che tenga il tuo ascoltatore con il fiato sospeso e che voglia farlo continuare: le storie non lineari hanno un sacco di questi coup de théâtre.

Non cercare mai di forzare una storia segmentata in una storia lineare solo perché pensi sia quello che voglia sentire l’interlocutore (mai un buco sul CV, solo clienti uno più importante dell’altro, etc…), a meno che tu non sia un grande attore capace di reggere la scena per tutto il tempo necessario.

Ricorda di:

  • Adattare sempre un po’ la storia alla persona che hai davanti, ovvero taglia le parti poco interessanti, soffermati su ciò che può apparire più rilevante, lasciando in disparte ciò che potrebbe darti qualche noia.
  • Essere fiero del tuo passato sempre perché ti ha portato a essere la persona che sei ora.
  • Inserire sempre un insegnamento, un momento di crescita ogni volta che c’è una discontinuità (cosa ha imparato l’eroe?).
  • Suggerisci all’ascoltatore come potreste creare insieme un nuovo pezzo di storia e come potreste crescere insieme creando qualcosa di nuovo (Una volta scelto il nome dell’Imperatrice Bambina, Bastian ha avuto modo di scorazzare libero per Fantasia).

Sei fiero della tua storia? Quali strategie metti in atto per venderla nel modo migliore? Condividilo qui noi nei commenti, o partecipa alla discussione su Facebook o su Twitter.

Foto di Ulrike Leone da Pixabay


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